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Claudia

Ciao a tutti!
Come avrete immaginato sono indaffaratissima e per voi scrivo sempre meno. Uffa!!!
Il mio nuovo shop CLAUDIANANNIFINEART mi ha rapita (esistono vittime di Etsy, ne sono cosciente) e son sempre di corsa tra un pranzo da preparare e una commissione da fare.

Devo vivere questa esperienza in modo profondo e attento!
Il mio obiettivo sarà quello di non venire risucchiata dai social media, estremamente necessari a far partire tutta la baracca! Ho appena scoperto che su FB si possono “programmare” i post: geniale! 😉
Cerchero’ quindi di districarmi dalle reti di internet e  dovro’ saper dosare cosa e per quando devo fare.

Vi avviso subito che il blog seguirà tale processo di trasformazione ed  insieme a me crescerà e cambierà!

Insieme all’arte e alle ricettine vegetariane/vegane ogni tanto vi raccontero’ di me (come sempre tranquilli) e condiro’ il tutto con la mia pittura!!!

Già! Ora dipingo spesso e questo ormai è parte del mio essere quotidiano: sono donna-mamma-artista-blogger! Questo blog sarà la mia vetrina, il mio mondo di condivisione!

Accoglietemi dunque in questa nuova veste di racconta storie, la mia famiglia è stata avvisata di questo intento divulgativo e presto vederete come questo potrà essere stimolante!
Vi piacciono le sante manine di Diana mentre preprano un sanissimo piatto vegan?! Fiorellini di ceci su letto di barabietole gratuggiate (i ceci bio, secchi e poi bolliti please!)
Amo tantissimo vedere come la creatività dilaga senza freni quando tutto scorre secondo l’armonia e un principio di amore generale!
Lei poi è cosi’ “spugna”. Se io dipingo anche lei mi imita e disegna, colora e crea… piatti meravigliosi come questo!

Diana e i suoi fiori di ceci su barbabietola grattuggiata

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Zio Vania, in rosso

Ho visto Zio Vanja. Drammone di Cechov diretto da Marco Bellocchio.

Non scrivo mai di teatro perché raramente ho la possibilità di goderne la magia. Forse non ne sono nemmeno capace. Comunque sia vi parlo del colore rosso presente sul palco, delle mie emozioni e delle mie difficoltà di accettazione di questo mondo che alle volte mi pare brutale come puo’ essere stata quella realtà russa.

Teatro Manzoni di Pistoia, palchetto scomodo e molto laterale (ma in compagnia di Elena) e dirimpetto a Daniele e Nicola. Che saluto!

Lo zio Vania è un insoddisfatto contabile di una tenuta di proprietà del Professore, suo cognato, Serebrijakov. Lo zio Vania è Sergio Rubini e il professore canuto è Michele Placido.
Vanja di Bellocchio
La scena è molto chiara composta da una scenografia in legno grigio con pochissimi elementi di arredo consumati e resi ancora piu’ amari dal freddo russo.
La Russia è quella di fine ‘800, si parla di doveri, di passioni, di un amore non corrisposto, di disprezzo e di insofferenza del vivere una vita senza piu’ scopo.
 
Anton Čechov, è proprio bravo nel presentarci le complicazioni sentimentali umane. L’introspezione tipica russa è motivata dal rigore del clima che ti chiude in casa, dalla povertà di certuni contrapposta alle fatiche di altri. Non vi sto a riassumere la storia che, seppur semplice, non è quello che vi vorrei trasmettere, piuttosto ve ne consiglio la visione.
 
Mi piacerebbe riportarvi alla metafora che tramite il colore rosso ho intravisto tra gli sforzi degli attori, tutti molto bravi e davvero credibili. Soprattutto la sfortuna Sonja (bravissima Anna Della Rosa) che dell’amore non corrisposto potrebbe essere la regina triste.
 
Il rosso ci parla di azioni vitali, quelle guidate dal sangue e dalla passione. Di rosso è la vestaglia del professore, lui giustifica le passioni degli altri, lui sembra essere il perno dell’incombente catastrofe sospesa nella scena. Ha intenzione di vendere la proprietà lasciando Vanja e Sonja nella miseria. 
 
La forza in tutti gli altri personaggi si manifesta negli atti disperati di Vanja e Sonja che lottano per i loro sentimenti e ideali perduti.
Insomma forti emozioni in scena…. ma mai piu’ contrassegnate da elementi rossi.  Si agisce senza cogliere il vero senso delle cose, della vita stessa. Azioni mosse da ideali (il dottore ecologista disilluso dell’amore), da rabbia o da invidia (Vanja) e da gelosia (Elena la moglie del professore che per gelosia tradisce la neonata amicizia con Sonja che le confessa l’amore per il dottore).
 
 
L’amarezza delle vicende si impasta con la triste e realistica visione di esseri dominati da passioni senza scopo. Un amore impossibile, tanti ideali perduti, la debolezza che si trova in una vita a fine corsa, un amore di interesse, la paura di una vita nuova senza riferimenti certi, l’ignoto, la morte, l’amore per la bellezza illusoria…

Oh mamma! Che dramma! Non mi riconosco in nessuno dei protagonisti, non salverei nessun personaggio, tutti  mi hanno resa triste e profondamente amareggiata. Ho provato pena per Sonja, disprezzo per Vanja che spara due colpi di pistola, pena per il dottore che non sa piu’ amare, fastidio per il contrasto sociale tra i personaggi…

Alle volte però tanta tristezza strappa sorrisi folli, la follia va poi a braccetto con l’assurdo e tutto scoppia in una risata liberatoria. Ho anche riso, di quelle risate strane alla Chaplin….


Tutt’oggi soffro per le incongruenze della società tremenda in cui viviamo, per gli obblighi del popolo dovuti a chi sa chi (e poi si sa bene chi sono quei “chi sa chi” e tutti noi sappiamo che hanno solo sete di potere, perché di soldi ormai non ne hanno nemmeno più la giusta percezione).

Il vero dramma è vedere le ferite di chi è lontano da Dio, lontano del percepirsi come Uno col Tutto. L’unico che ha questo sentimento di unione con la natura (il dottore) si scopre essere in realtà un disilluso, uno che l’amore non lo vuole nemmeno vivere e che si nega a chi gli offre un cuore sincero (Sonja).

Provo pena verso chi perde il senso della vita.
Ho speranza e tendo ad essere sicura che prima o poi tutti lo troveranno (il senso e il fine unico della vita). Non solo con la venuta della morte, come si conclude nel dramma tra rammarico e tristezza, ma in vita tra spiragli di Luce e tanto Amore… sempre in cammino e sempre vivendo con consapevolezza e coscienza!

Buona visione!

Klein Byars Kapoor (1)

Come promesso ecco finalmente “Boom” uno scritto suddiviso in tre parti sulla mostra
Klein, Byars, Kapoor, fino al 16 dicembre al Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Nizza.

Ai coraggiosi auguro una buona lettura, proficua ed illuminante!
Vi chiedete perchè si chiama Boom?!
Leggete e scoppierete di gioia e d’amore per le cose belle e profonde!

………………… Boom! ………………..

(parte prima)

BLU, YVES KLEIN
L’artista dell’elevazione spirituale, l’uomo che crea un colore (unico, inimitabile e da lui brevettato) per poter dialogare con il sottile e grazie al sottile. L’artista che ha “riempito” una stanza vuota con il suo “pieno artistico” (invisibile agli occhi ma tangibile etericamente!).
Il mio eroe, l’oggetto della mia tesi! La mostre si apre con la sua sala, equilibrata. Perfetta!

Ho visto in mostra delle spugne, dei monocromi e… sorpresa! una grandissima vasca piena di pigmento IBK. Una potenza intensa e per me inaspettata! La vasca blu ha una forza evidente ma che sa anche attendere. E’ una di quelle cose che può essere liberata solamente se ben direzionata… Una vastità cromatica che pulsa autonomamente e che sprigiona energia vibrante e creatrice.


Qui sopra l’installazione della vasca a Palazzo Ducale, Genova.

A me il suo blu rimanda a Dio. E dico di più: penso a Dio che crea insieme al Big-Bang! Un Dio blu che crea Tutto e che lo fa insieme ad una forza coesistente, un momento creativo al cubo. L’International klein Blu è come Dio al cubo. Bè si, esagero e lo so!, ma vorrei provocarvi tantissimo, emozionarvi e marcare lo stupore che ho vissuto rivedendolo!!!

Tra l’altro questo pigmento ha un’intensità così forte grazie alla sua massiccia dose di Blu Oltremare che ora è un pigmento di sintesi, ma che da sempre è stato considerato il blu per antonomasia perchè ricavato dal costosissimo lapislazzulo!!!

Pur avendo un’ottima resistenza alla luce e alle basi, il pigmento viene facilmente scolorito dagli acidi. Per questo motivo era utilizzato negli affreschi solo a secco, cioè applicato in miscela con dei leganti sull’intonaco asciutto. Come negli affreschi meravigliosi della Cappella degli Scrovegni dipinta da Giotto, a Perugia.


Cappella degli Scrovegni, Padova

Questa sua instabilità e particolarità la lego alla sua spiritualità e alla sua incontestabile magia attrattiva!  Fino all’introduzione della pittura ad olio era considerato blasfemo mischiare questo colore ad altri… fate voi!


Qui sopra la vista della sala dedicata a Klein, al MAMAC di Nizza

“Un giorno notai la bellezza del blu in una spugna; questo strumento di lavoro 
divenne per me materia prima d’un sol colpo. La straordinaria capacità delle
spugne di assorbire qualsiasi liquido mi affascinò”. (Yves Klein)


Queste spugne su tela evocano il fondale di un Oceano…

Yves Klein con il blu ricopre oggetti non casuali. Imbeve spungne di mare fino a saturarle e le secca poggiandole su piedistalli verticali e solidi. Come a dire che dobbiamo riempirci fino all’ultima goccia di spiritualità e grazie al blu sovrasensibile possiamo tendere o arrivare al nostro fine. In alto.

La spugna è la perfetta esemplificazione di una “impregnazione con sensibilità pittorica”, visto che le spugne sono naturalmente predestinate a essere veicolo di un altro elemento permeante.” Ho trovato questa frase in questo sito ufficiale di Klein, devo dire che citarla avvalora il significato che vorrei dare al blu: un colore permeante, vibrante e divino.

Ad aggiungere valore a questi pensieri vi dico anche che Klein arrivò a cambiare il potere proprio dell’artista, non più creatore “egocentrico” ma pensatore/manifestatore impersonale. Lo fece riducendo gli strumenti individuali di espressione e formulando la monocromia quale unico atto pittorico rivolto a una progressiva dissoluzione non solo della figurazione ma dell’opera d’arte stessa.

“Sono giunto a dipingere il monocromo […] perché sempre di più
davanti a un quadro, non importa se figurativo o non figurativo, provavo la
sensazione che le linee e tutte le loro conseguenze, contorno, forma,
prospettiva, componevano con molta precisione le sbarre della finestra di una
prigione.”

Klein abbandona pennelli e gesti per non appensantire con se stesso le sue creazioni, lascia che sia il lento assorbire di una spugna a rendere manifesto il suo messaggio artistico universale. Lascia che sia il corpo di una donna ad imprimere una grande tela…. Davanti ai suoi lavori ci si sente spiazzati, come in procinto di saltare nel vuoto. Le sue opere sembrano essere l’espressione del libero arbitrio: essere o non essere?! Scelgo o mi lascio giudare?! Salto o sto con i piedi a terra?!

Un antropometria di due corpi fluttuanti, MAMAC Nizza

Non mi è ancora chiaro il motivo per il quale la mostra inizia con il blu di Klein, procede col bianco di Byars e si conclude con il truculento rosso caldo di Kapoor….
Mi piace credere che sia come dire: “Ecce Homo” nel bene o nel male è al blu che l’uomo deve arrivare!

E’ dal blu in se stesso che l’Uomo deve partire! Attraverso la nostra fisicità (le ossa bianche) fino alle nostre inconsce mostruosità sanguigne (il rosso passionale della cera di Kapoor).

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Il commento alla mostra continua nel post sucessivo Klein Byars Kapoor (2)
Presto sarà pubblicato.

arte a Nizza con socca

Andando verso Ussat (urca è già passato un mesetto!) io e Daniele ci siamo fermati a Nizza. Città che ho visitato per la prima volta e che mi ha subito rapita per la sua bellezza e particolarità! Abbiamo mangiato benissimo in un posticino che, solo dopo e per caso, ho scoperto essere il migliore fornitore di SOCCA in città!  La socca è uguale alla nostra cecina, un impasto liquido fatto con farina di ceci, cotto al forno e condito con una spolverata di pepe macinato… una delizia!

Ho pensato di poter vivere felicemente a Nizza, il suo clima di mare mi serve, la sua “promenade des anglais” lungo la riva del mare è fenomenale e rilassante, la multiculturalità francese mi si addice… il mercatino di spezie, fiori e saponi è abbordabile e coloratissimo…. la socca è da favola…. l’arte è ottima e il Museo d’arte moderna e Contemporanea è attivo e di qualità! Chissà, magari un giorno…..

Prima di partire ho organizzato tutto per poter vedere una mostra al Museo d’arte moderna, la mega trilogia che riunisce i due grandi artisti che ammiro di più al mondo! La mostra, dal titolo Klein, Byars, Kapoor, è meravigliosa, intensa e catartica! Ora ve ne parlo con entusiamo perchè – come vedrete – anche questa sarà un occasione che sfrutterò per parlarvi di cose spirituali!!!

Prima di tutto si tratta di una mostra che riunisce artisti anomali, monocromatici e che nemmeno si sono mai incontrati tra di loro. Hanno/avevano pure tre diverse nazionalità: francese, americana e indiana. L’accostamento dei tre è perfetto e sorprendente se visto dal punto di vista di un dialogo magico orientato verso l’alto.

La mostra è pensata come omaggio ad Yves Klein per il 50° anniversario della sua scomparsa. Direi che l’omaggio è ben riuscito!

Una prima lettura semplice della mostra può essere: guidare lo spettatore attravero un viaggio cromatico tra l’IKB di Yves Klein, il bianco di James Lee Byars ed il rosso sangue di Anish Kapoor. Ai colori corrispondono materiali e sensazioni diverse: al blu un pigmento impalpabile, al bianco il duro marmo e al rosso una cerca calda e malleabile….. bla bla….

Ma io vi vorrei indirizzare su una lettura più profonda e complessa.Alle idee che mi frullano vorrei anche dare un titolo perchè è davvero un testo sentito quelle che sto pensando e vorrei fare le cose per bene!

Siccome l’articolo che sto preparando è lunghissimo ho deciso di spezzare questo post, quindi oggi pubblico queste righe introduttive, presto arriverà il post della mostra. 😉

Buona giornata, cari lettori!

coppia sconvolgente

Amo il Giappone, ho una carpa tatuata sul braccio destro (saggezza, forza e longevità), amo tanto tanto le stampe di Hokusai e non solo, amo la tempura (gnam gnam), amo la quiete di questo popolo, la loro saggezza e tendo/tenderi volentieri allo zen se mi riuscisse! Vivo con un amante del tè e sto imparando a fare pure il sushi vegetariano….. leggo gli haiku e ora ve ne dedico uno speciale:

“al suo termine, la strada
si avvicina al profumo
biancospini in fiore”

Yosa Buson

Oggi però vi parlo di Bjork che con il Giappone non ha nulla a che fare se non per un meraviglioso suo punto di vista. Eccolo.

Da Wikipedia, cos’è Drawing Restraint 9?

E’ un album di Björk del 2005. E’ la colonna sonora di Drawing Restraint 9, film sperimentale, ambientato in Giappone, del regista Matthew Barney (ricordato in particolare per il fortunato ciclo “Cremaster”). La colonna sonora è affidata da Matthew alla sua compagna, la cantante islandese Björk (il mio amore canterino), che presta la sua collaborazione anche come interprete del film… qui sotto è una bellissima sposa giapponese.

Questa colonna sonora risulta il lavoro più impersonale della discografia di Björk (è anche il suo primo album il cui titolo è composto da più di una parola): la cantante islandese presta la voce, fondamentale negli altri album, in soli tre brani (Bath, Storm e Cetacea). In veste di produttrice del disco collabora però a tutte le canzoni, addirittura scrivendo lei stessa la musica per lo strumento caratteristico dell’album, lo Sho, particolarissimo strumento dalle sole tre note, suonato da Mayumi Miyata. È proprio lo sho che la stessa Björk sceglie come simbolo della sua opera, poiché questo strumento è tradizionalmente giapponese, ma non certo famoso quanto altre caratteristiche del Giappone, largamente pubblicizzate e sfruttate a fini commerciali: Drawing Restraint 9 vuole mostrare il lato più profondo, sconosciuto alle masse, del Giappone, filtrato attraverso occhi ovviamente criticabili (ricordiamo fra tutti il pezzo di teatro Nō di nove minuti costituito da Holographic Entrypoint)…. vedi sotto l’immagine…

In Drawing Restraint 9 Björk sembra quindi riportare in musica non le sue emozioni, bensì quelle del compagno e del suo film. Queste emozioni, nel 2005, data di uscita sia del film che della musica, sono state spesso criticate fortemente, definite indecifrabili, tanto da apparire anche ad attente analisi senza senso.Altri, invece, hanno accolto con sufficienza o poco più questi sperimentali lavori. Altri infine hanno acclamato quest’ultimo lavoro di Björk come il continuo della via intrapresa con Medúlla (album precedente a questo, nel quale gli strumenti vengono quasi del tutto omessi) per le atmosfere cupe ed eteree, vedendovi però anche una svolta: il ritorno agli strumenti (vi sono brani completamente strumentali: Ambergris March, il trio Hunter Vessel, Shimenawa, Vessel Shimenawa e Antarctic Return).

C’è anche tantissima poesia, come in questa scena del pacco regalo…. Part I: Petrolatum. Ringrazio Alice Ginaldi per averla condivisa su Facebook… oggi ho creato questo post per merito suo! Grazie per l’ispirazione! 🙂

Se volete approfondire l’argomento vi consiglio questo post in inglese, dal bolg Culiblog.org, dove culi sta per culinario e non sederi… e dal quale cito: “the film is exemplary of food-related film in the culiblog sense of the word; food, food culture, food as culture and the culture that grows our food”.


Lo Sho (笙) è uno strumento a fiato ad ancia libera (rappresenta l’equivalente giapponese dello sheng cinese, dal quale deriva), ed è composto da 17 canne di bambù di lunghezza diversa, con le quali si possono ottenere suoni di varie altezze. Appartiene alla famiglia degli organi a bocca. La lunghezza delle varie canne non è legata a ragioni di praticità, bensì di estetica: lo strumento ha infatti un aspetto simmetrico definito “simile alle ali di una fenice”. Simili organi a bocca vengono utilizzato in molti paesi dell’Asia orientale e del Sud-est asiatico al fine di creare melodie; solo in Giappone esso viene utilizzato invece per produrre accordi. Lo sho è oggetto di interesse di diversi compositori contemporanei: ad esempio Toru Takemitsu lo ha impiegato nella sua musica. L’organo a bocca giapponese appare anche nella colonna sonora di “Drawing Restraint 9”, film di Matthew Barney, composta da Björk, nel quale lo sho rappresenta lo strumento caratteristico….

Per ora vi saluto, a presto un aggiornamento del post con qualche spunto per approfondire M. B., il maritino pazzo della dolce Bjork!
Buona giornata e buona settimana a tutti gli amanti dell’arte. Sensata e non.

 

“Dà fuoco al fuoco / acqua all’acqua / e ciò ti basti”

Come promesso eccovi il testo presentato durante l’happening
“Dà fuoco al fuoco / acqua all’acqua / e ciò ti basti”
Durante la giornata trascorsa dentro il Palazzo Ducale in occasione di Geode (qui una recensione con foto), mostra/evento di Laura Santamaria, ho potuto rivedere Laura, Jerko e Vanja amici di Brera e persone legate a bellissimi momenti di libertà!
Alla Sala della Dogana hanno fatto capolino anche due cari amici, Alessandra e Alejandro, salutandoli e ringraziandoli ringrazio anche Marcello che ha posticipato il suo pranzo per aiutarmi al volo! Grazie amici, grazie per aver condiviso questo bel pomeriggio!
Grazie soprattutto a Laura per aver pensato a me al momento giusto, per la sua bellissima installazione e per aver creato una giornata così intensa e rara. Ecco i suoi lavori:

Hipnero, installazione site specific

Laura al lavoro con pigmenti e minerali polverizzati….

Senza titolo, gesso e piombo 90×90 cm

Alfin (Alfin t’ho scorto), videoclip + installazione con piante ed infuso di elleboro.

Grazie a Jerko che è stato un ottimo compagno di viaggio: paziente, calmo e dai nervi saldi anche sul manto ghiacciato! Ringrazio Rudy per la sua generosità e per la sua entrata usb perfetta ospitante della mini-chiavetta di Jerko: ottima musica Jerk! ;)Unica pecca della giornata: l’aver trascorso 7 ore sotto terra senza vedere il porto di Genova, che adoro.

Ve le ricordate le foto meravigliose di Jerko?!
Eccovi, per chi se lo era perso, il post aggiornato 
(I momenti di Jerko Macura) a lui dedicato, tra l’altro è uno dei post più letti! 🙂

Vi lascio alla lettura, vi ringrazio in anticipo per la pazienza… il testo è lunghino… 😉 ma pieno di speranza! 😉

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L’ARTISTA TESSITORE

Per capire l’alchimia è necessario tuffarsi interamente nella moltitudine delle sue immagini. Se riuscissimo a superare le contraddizioni apparenti, se non usassimo l’intelletto per carpirne i segreti e se, sopratutto, applicassimo su noi stessi quel che intuiamo con il cuore… allora troveremmo le chiavi giuste per aprire le stanze delle nozze d’oro. Improvvisamente riceveremmo un prezioso regalo: gli esseri umani, il cosmo, l’universo – e tutto ciò che vi si trova – costituiscono un tutto vivente sulla base delle leggi comuni e dell’interdipendenza.

Occorre imparare ad orientarsi verso l’essenziale, oltre la forma esteriore o la composizione materiale. Osservare come tutto si compie su tutti i piani dell’esistenza secondo il principio ermetico “Cio che è in basso è come ciò che è in alto“.

La Genesi, lo sviluppo del Cosmo e lo sviluppo dell’essere umano non possono essere separati; macro e microcosmo: scopriamo di essere parti della creazione divina.
Un punto di vista non banale rafforzato fin dai tempi antichi, greci ad esempio, in cui il processo cosmogonico assume l’aspetto di una genealogia in cui Oceano (un fiume possente entro uno spazio ancora amorfo, vivo e dal principio maschile) e Teti (una massa d’acqua anch’essa animata e dotata di una natura femminile) figliano innumerevoli discendeti.

Parlare di Genesi è dar voce all’idea del creare, l’artista dunque è qui invitato a considerarsi possibile creatore, certa parte divina.

Cosa può dunque fare un uomo-artista per operare in armonia con il Tutto e come potrebbe esprimersi nel migliore dei modi? Percorrendo la strada indicata dal suo cuore! Agendo con coscienza e consapevolezza non può fare altro che esprimersi al meglio, la sua vita sarà lo specchio della sua arte e viceversa.

Potrà indugiare sui particolari, ampliare lo sguardo, essere superficiale, essere pittore, scultore, fotografo, scrittore, cineasta, poeta… ma potrà esserlo in modo giusto solo se saprà accordarsi con le parole segrete della Natura. Se saprà riconoscere la voce delle stelle fuori e dentro di se.

Come contributo per questa giornata parlerò del fuoco e dell’acqua alchemici perchè da qui tutto nasce. Per farlo prenderò ispirazione da un articolo della rivista Pentagramma (numero 2 del 2009; edizione Lectorium Rosicrucianum).

La rivista non ha l’abitudine di pubblicare i nomi degli autori, ringrazio dunque chi mi ha permesso di usare liberamente parte di questo testo a me molto affine.

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L’ACQUA CHE LIBERA

L’essere autoreferenziale ormai, come blogger, mi viene spontaneo. Mi auguro che questa scelta possa essere non fraintesa, anzi, spero che sia motivo di maggior coinvolgimento da parte di voi tutti.

Il parlare di esperienza vissute rende tutto più concreto e possibile, cosa auspicabile visto il tema realmente ermetico e sconosciuto.

Mi interessano poche cose ormai e non sono molto diplomatica nelle relazioni in genere ma una cosa posso dire: di avere delle doti intuitive. Mi riferisco al linguaggio dell’alchimia, al suo messaggio udibile solo dalle orecchie ben attente. Siccome questo è un messaggio di liberazione che vale per tutti è a tutti che dedico questo scritto. Lo faccio con la positività che solo la consapevolezza di prospettive migliori può darmi.

Il periodo da “fine dei tempi” è iniziato ed è pesante, la mia prospettiva è però felice perchè provo una fiducia sincera verso questo punto di vista millenario: conoscendo e liberando noi stessi salviamo il mondo e l’umanità.

Cercando di recuperare un antico compito dell’arte, mi piacerebbe infondere tra di noi un sentimento di curiosità e di apertura verso l’eterna musa che l’arte nei millenni ha ispirato: la Natura e le sue silenziose parole.

Sono una persona amante della natura e la rispetto nel migliore dei modi, cerco di non violentarla. Alle mie bimbe insegno che tutto è manifestazione del Creatore e che tutto avviene per un disegno preciso e divinamente giusto. Parlerò di alchimia perchè mi è affine e perchè questo senso di corrispondenza ed unione con il Macrocosmo si possa infondere profondamente nei nostri cuori maltrattati dagli eventi da cambio di era. Il passaggio all’acqua che ci chiede Laura è per me quasi ovvio: dai Pesci all’Acquario… ecco la nuova era che tutto trasforma, nel bene e nel male. Con delicatezza ed irruenza, come solo l’acqua sa fare, appunto. I fatti novembrini di Genova sono drammatici, la Natura ci parla e con urgenza dobbiamo imparare a comprenderla.

L’uomo è stato definito il dominatore del mondo, in realtà – sotto piu’ aspetti – è proprio dalle forze del mondo che esso è dominato. I campi sottili che ci circondano sono sporchi e con frequenze basse quanto lo stato delle coscienza di chi ha il mondo tra le mani. Tralasciando tutto ciò che si allontana dal mio ragionamento, aggiungo solo che se avete a cuore questo pianeta e i suoi abitanti è meglio lasciare da parte la ribellione fine a se stessa. Nel futuro prossimo (i tempi stringono, dicono) la comunicazione (e dunque anche l’arte) dovrà fondarsi sullo scambio pragmatico di esperienze edificate sul vero progresso interiore. Concetto lontanissimo da noi proprio per cause naturali. Mi spiego. In natura il progresso dà il ritmo alla vita, la sua ciclicità non degenera, è un armonico ciclo di sviluppo che porta tutto alla perfezione del suo massimo compimento. La nostra società, invece, manifesta da sempre una fase di progresso alternata da una di declino, dunque all’uomo non può appartenere un vero progresso. Dal progresso l’uomo ha solamento ottenuto eccessi con i quali ha abusato di ciò che la Natura ci ha regalato. Purtroppo all’uomo mancherà sempre qualcosa che lo completi. Anche nella sua maturità non conoscerà mai con certezza il suo posto nel mondo, non si conoscerà mai a fondo, non saprà quale sia la sua vera Patria. Il suo cuore cercherà una risposta a queste domande fin sul punto di morte. E’ soltanto permettendo alla nostra parte divina di manifestarsi che accederemo all’essenza del progresso, alla vera crescita-creazione.

Una tangente reale per liberarsi è il percorrere la Via che tutte le Sacre Scritture – nelle loro fasi d’origine – ci svelano: praticare attivamente la conoscenza di se. Questa Via non è istintiva, è contro (la) natura (caduta); va imparata e coltivata con determinazione. Da sempre ha un accesso stretto, ma è reale per tutti noi ed ha avuto molti nomi: l’Unica Via, la Via Regale, la Via delle Rose, la via del Tao (Taoismo). Molte metafore l’hanno descritta: il cammino verso la Montagna (Sufismo, Cristianesimo), per Dante si percorre discendendo nel proprio Inferno ecc.

In alchimia si dice che il neofita imparerà a tessere il proprio abito di luce, la Nuova Anima. Il creare è dunque intrinseco in questo cammino che distrugge il vecchio per far posto al nuovo. Le proprie tenebre sub-conscie, grazie ad un lavoro liberatore su se stessi, si evolveranno in atteggiamenti sempre più manifesti e l’essere intero imparerà a donare un Amore impersonale a tutto e a tutti. Il processo di liberazione è dunque la costruzione della Nuova Anima, è il processo per ottenere l’Oro alchemico, l’Immortalità.

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IL FUOCO E L’ACQUA ALCHEMICI

(estratto dalla rivista trimestrale Pentagramma, n°2 anno 2009)

Secondo l’insegnamento universale, fin dai tempi più remoti, l’alchimia veniva praticata attivamente come una scienza e come un’arte: la scienza della trasformazione e della liberazione. Tutto l’impegno dei cercatori alchimisti – arabi e occidentali – del Medio Evo per ritrovare e ricostruire la chiave di queste scienze perdute, comportava soprattutto dei processi interiori. Si sono conservati fino a noi alcuni scritti che sono splendide testimonianze.

L’alchimia, nel corso dei tempi, non ebbe più la possibilità di svilupparsi sotto forma di scienza riconosciuta della trasmutazione o della trasfigurazione. Ne derivò che questa scienza interiore di purificazione e di trasmutazione dall’inferiore al superiore sfociò – spontaneamente e naturalmente – nella chimica, nella scienza della distillazione o scomposizione delle materie naturali, perdendo così ogni possibilità di aprire agli esseri umani la Via Regale della trasfigurazione.

Le scienze originali, di cui fa parte l’alchimia, diventano di nuovo accessibili quando ne scopriamo il fondamento spirituale, cioè una vivificazione assolutamente nuova, in armonia con l’universo: un atteggiamento volto alla continua ricerca del bene di tutti, quindi senza danni al prossimo e al pianeta. Raggiunto il punto più basso del materialismo, si annuncia attualmente un totale rivolgimento del nostro modo di vivere, dall’esteriore verso l’interiore, e diventerà senza dubbio possibile comprendere diversamente l’antico linguaggio alchemico.

LA CREAZIONE CON IL FUOCO E CON L’ACQUA

Qui si fondono religione e alchimia. Le religioni monoteiste, quelle che contano il maggior numero di seguaci oggi nel mondo, si basano sul principio che Dio, l’Unico ed Eterno, creò il cielo, la terra, l’essere umano e tutte le altre creature. Nel racconto biblico della creazione (Genesi), si parla delle acque primordiali su cui aleggiava lo spirito di Dio. Poi, dopo l’apparizione della luce e la successiva separazione dalle tenebre, comparve il mondo, diviso tra cielo e terra. In seguito, fu creato l’uomo a immagine di Dio, uomo e donna in un unico essere. Questo racconto della creazione rappresenta un’idea fondamentale molto importante, comprensibile soltanto in modo astratto. Dio, l’Uno, si manifesta perché pensa se stesso, perché forma un’immagine di se stesso; in seguito, dall’Uno appare immediatamente il due: il Dio nascosto e la sua manifestazione divina, il creatore e il creato, l’attivo e il passivo.

Questi, nell’alchimia, sono i principi simbolici del
fuoco (lo Spirito) e dell’acqua (la materia). Questi due elementi, provenienti da Dio, non sono distinti da Dio. Così, Egli racchiude in se stesso i principi contrari: maschile e femminile, creatore e ricettore, fuoco e acqua.

Soltanto nella seconda parte della creazione (secondo capitolo di Genesi) avviene la separazione tra uomo e donna, la separazione della donna dalla costola dell’uomo. Questa separazione produce la loro caduta ed essi sono cacciati dal paradiso. Per gli Gnostici, questo rappresenta la caduta dell’essere umano nelle tenebre.

Il serpente avrebbe suggerito a Eva di mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male: perciò, la nostra mente è stata educata, da secoli, a considerare questo comportamento moralmente errato. Invece, al contrario, potremmo considerare questo episodio come indicativo della nostra incompletezza, della nostra mancanza di unità e di perfezione, stato verso il quale possediamo un profondo anelito. È anche possibile un’interpretazione scevra da riflessioni morali. Gli esseri umani, in quanto immagine riflessa di Dio, devono attraversare una nuova fase evolutiva: passati dall’unità alla dualità, possono ottenere la comprensione e, in modo cosciente e consapevole, ritornare all’unità. Ecco l’alchimia.

Molte rappresentazioni e racconti narrano di uomo e donna e delle diverse fasi della loro ri-unione. L’alchimia allude a ciò usando i simboli dell’acqua e del fuoco, del mercurio e dello zolfo, del sole e della luna. I saggi del Medio Evo e dell’antichità erano universalisti e conoscevano numerose discipline. Le grandiose intuizioni che consentirono di aprire nuove vie furono appannaggio di scienziati in grado di fare ricerche, secondo il linguaggio moderno, sulla natura e sulla spiritualità: a volte astronomi, altre matematici, (al)chimici o filosofi. La scarna conoscenza accademica della natura non esisteva ancora: tutto veniva osservato e studiato come appartenente al tutto.

Chi esplorava la profondità della natura traeva anche conoscenze sulla propria anima. Chi vedeva la coerenza tra l’essere umano e la natura percepiva anche come si può trascendere la materia.

Oggi, si tende a disprezzare le visioni oscure del Medio Evo e a ritenere il pensiero moderno più libero e più autonomo; manca, però, la visione globale degli eruditi di quell’epoca. Le conoscenze attuali rappresentano la somma di numerosi elementi tra loro scollegati.

Nell’alchimia, come nelle dottrine gnostiche e nella filosofia ermetica, la comprensione è considerata in maniera completamente diversa: si tratta di un pensiero intuitivo, collegato con l’universalità, con la coscienza dell’anima divina. In tutti i suoi aspetti, tale conoscenza proviene dalla vita interiore vivente e vibrante che – quando è attivata – manifesta i suoi effetti sull’essere umano.

Molte idee religiose e filosofiche sono oggi obsolete, ne troviamo alcune tracce negli antichi codici; però, chi accetta il rischio di aprire i propri pensieri alla comprensione universale può godere di questa ricca eredità di manoscritti. Si tratta di una conoscenza antica e atemporale, presente in tutte le forme dei diversi linguaggi: per esempio, nel linguaggio religioso, filosofico e alchemico. Con il termine comprensione universale si intende la possibilità di tradurre le idee alchemiche nel linguaggio della filosofia ermetica o in quello religioso e viceversa.

Se traduciamo il racconto biblico della creazione nel linguaggio alchemico, otteniamo più o meno la seguente immagine: la materia prima, la sostanza primordiale costituente l’universo, è un tutto: un cerchio, il caos indistinto, la possibilità indifferenziata. Il Tutto è anche rappresentato dall’uovo perché contiene la possibilità di uno sviluppo e di una manifestazione. Dorme nelle profondità di ogni essere e si dispiega… nelle forme caotiche presenti nello spazio e nel tempo di questo mondo. La materia prima è il principio ricettore, l’acqua – resa vitale dal fuoco spirituale divino – prende forma e si stabilizza. Da qui il simbolo del cerchio con un punto al centro, il Sole, l’Oro. È l’acqua misteriosa, l’acqua viva – o acqua eterna – corrispondente al mercurio alchemico. Per questo si chiama anche acqua mercuriale. Il simbolo precedente è dunque la rappresentazione dell’inizio e della fine delle trasformazioni alchemiche.

Nel XVII secolo, Robert Fludd – alchimista vicino agli ambienti rosacrociani (1574 – 1637) – dichiarò: «Tutto ciò che è velato si vuole manifestare e l’apparizione incomincia con un punto luminoso. Prima che questo punto luminoso sorga e appaia, l’infinito (l’ein-sof dei cabalisti) è completamente nascosto e non emana alcuna luce

Quando Dio disse: «Sia la luce!» (Gen 1:3), lo spirito, il fuoco, infiammò l’acqua primordiale. L’acqua infiammata è spirito o acqua di luce. Allora appaiono le forme originali, da cui l’universo viene formato.

IL MERCURIO E LO ZOLFO NELL’ORDINE DEL DUALISMO

Quando dalla materia prima apparve una forma differenziata, infiammata dal fuoco, si innescò in questa natura il dualismo degli elementi fuoco e acqua, cioè maschile e femminile. Il cerchio ancora indifferenziato, il caos ricettore – passivo, formativo, femminile – si collega all’organizzazione vivente del cosmo attraverso il principio creatore – attivo, impulsivo, maschile – rappresentato dal punto nel cerchio.

Grazie all’azione del fuoco sull’acqua primordiale, apparve l’essere umano a immagine di Dio, un microcosmo dove il maschile e il femminile sono ancora uniti. Questi due principi si manifestarono separatamente soltanto dopo la caduta e ciò si può constatare nel mondo in cui viviamo. Per indicare la differenza tra il mercurio infiammato originariamente e il mercurio inferiore del nostro piano di vita, l’alchimia impiega due simboli: Questo simbolo del mercurio – molto noto – è costituito, dal basso verso alto, dalla croce dei quattro elementi, +, seguita dal cerchio sovrastato dalla mezzaluna crescente. Però, esiste anche un simbolo del mercurio in cui, al posto della luna, si trovano le corna dell’ariete; infatti, questo animale è un simbolo millenario della forza del fuoco, maschile, attiva e impulsiva. In questo simbolo, l’alchimista vede la forza del fuoco e dell’acqua originali della manifestazione primordiale divina. La mezzaluna crescente simboleggia il mercurio dopo la separazione, dunque il mercurio nel dualismo cosmico. La luna di questo simbolo è quella che riceve e riflette la luce del sole. Così, essa dirige la vita terrestre e viene assimilata all’acqua d’argento, al mercurio; invece, il sole all’oro fiammeggiante. Nel misticismo, la luna è la beneamata del sole e – analogamente – l’anima umana può essere lo specchio puro dello Spirito, fino a quando non sarà possibile la loro unione.
L’elevazione dell’anima fino a Dio, la trasmutazione alchemica del vile metallo in oro purissimo, può avvenire solo quando l’acqua ricettiva e il sole vitalizzante siano divenuti puri. L’alchimista deve essere maestro dell’acqua e del fuoco, del mercurio e dello zolfo, per far agire tali elementi nella giusta proporzione. Qui sotto è rappresentato il simbolo dello zolfo, il fuoco. Il segno dello zolfo, nell’ordine della dualità, è composto dalla croce dei quattro elementi + su cui è collocato il segno del fuoco , il triangolo orientato verso l’alto. Lo zolfo puro della manifestazione originale divina, per l’alchimista, è però simboleggiato dalle corna dell’ariete. Questo zolfo superiore è lo zolfo spirituale, detto anche zolfo non infiammabile.

ACQUA GHIACCIATA E ACQUA CORRENTE

L’alchimia si basa sull’idea, condivisa dai più grandi insegnamenti religiosi, che la doppia unità non sia più quella originaria. L’alchimista non si interessa al motivo per cui ciò sia avvenuto; egli percorre la via che – dal dualismo – conduce all’unità, all’unione dei contrari. Per esprimere quale di questi principi, nel dualismo, è sempre dominante, gli alchimisti distinguono due stati: l’acqua ghiacciata e l’acqua corrente.

L’acqua corrente simboleggia il dominio della luna, l’effimero e il divenire, dunque il mercurio inferiore. La natura in cui viviamo si spiega attraverso l’attività dell’acqua corrente: le forze lunari che ci influenzano. Nella trasmutazione alchemica, queste forze sono utilizzate nel processo della dissoluzione (solve), seguito dalla ricostituzione (coagula). Nelle parole di Jacob Bohme quest’ultimo fenomeno è paragonabile all’inverno, allorché un freddo intenso trasforma l’acqua in ghiaccio. Sotto questo aspetto, gli alchimisti parlano del fuoco gelido oppure del freddo ardente. Quando agisce una sola di queste forze, appare una frattura, un cambiamento: per esempio, una dissoluzione o una ossificazione.

IL TRIONFO DELLA NATURA SULLA NATURA

Solo quando queste due forze si riuniscono, l’essere umano ridiventa un’immagine di Dio. Nel linguaggio religioso, troviamo questa formula nel Vangelo di Tomaso (logion 22 e 11): Gesù disse loro: «Quando farete dei due uno, e quando farete l’interno come l’esterno e l’esterno come l’interno, e il sopra come il sotto, e quando farete di uomo e donna una cosa sola, così che l’uomo non sia uomo e la donna non sia donna […] allora entrerete nel Regno.» (logion 22) Gesù disse: «Questo cielo scomparirà, e quello sopra pure scomparirà […] Un giorno eravate uno, e diventaste due. Ma quando diventerete due, cosa farete?».

L’alchimia dà esattamente la stessa definizione della trasformazione della natura. La formula secondo cui la natura gode della natura; la natura trionfa sulla natura; la natura domina la natura viene attribuita a Ostanes.
La natura gode della natura è lo stato in cui la forza cieca del mercurio spinge l’essere umano ad assecondare i propri istinti e i propri desideri, dunque la materia lo domina. Questo è comprensibile, se si pensa che il mercurio non stabilizzato, senza il centro, agisce nella natura inferiore come un impulso cieco, sotto forma di sete ardente, di desiderio, di fame o di edonismo cieco. L’espressione secondo cui la natura trionfa sulla natura significa che non c’è alcuna divinità superiore in grado di abilitare l’evoluzione e la trasformazione dell’essere naturale; tutto il necessario per unire i contrari è nascosto nella sua stessa natura. Secondo le regole dell’Arte, c’è un vero cambiamento quando il piombo della natura mortale diventa l’oro dello spirito. Quando si raggiunge tale terzo stato, la natura domina la natura e il cerchio acquista un centro , immagine di un essere di acqua e di fuoco; in un tale essere, materia e spirito sono stati uniti dall’acqua fiammeggiante dell’anima.

UROBORO, IL SERPENTE DEL MONDO

I medesimi rapporti sono rappresentati nell’alchimia. Il cerchio del mercurio non è diverso dall’uroboro, il serpente che si morde la coda.

In molte rappresentazioni gnostiche, esso circonda il mondo della creazione, come presso gli gnostici Ofiti. Il termine greco ophis significa serpente. Il mistico Jacob Bohme descrive come il diavolo abbia sedotto l’anima incatenandola alla ruota infuocata del fondamento della natura. Questa ruota ardente dei desideri è un’immagine del diavolo che dice all’anima: «Anche tu sei un tale mercurio infuocato se ti dedichi a quest’arte. Ma devi mangiare il frutto in cui i quattro elementi regnano gli uni sugli altri, ciascuno per sé e sono dunque in conflitto» Allora, in quest’anima si destano tutte le caratteristiche della natura, in modo che le bramosie e i desideri più sfrenati le diventino familiari. In senso alchemico, è lo stato espresso dalla formula: la natura gode della natura. Il microcosmo umano finisce dunque con il subire l’influenza del mercurio instabile. Le parole di Jacob Bohme sopra citate evocano la relazione tra i principi dell’alchimia e la biblica espulsione dal paradiso terrestre. Nella Bibbia, si racconta anche del serpente che seduce Eva. Quando Jacob Bohme parla del mercurio di fuoco, mostra il suo effetto sull’essere umano. Per lui, il mercurio è l’acqua bruciante che, nel suo aspetto inferiore, rappresenta il fuoco astrale del desiderio. Occorre imparare a dominare questa forza e a trasformarla nel mercurio superiore. Se l’acqua mercuriale non è stabilizzata, l’essere umano rischia ancora di subire la forza fatale della caduta. Questo corrisponde al triangolo in cui uno degli angoli è orientato verso il basso, il simbolo dell’acqua in alchimia. L’energia dissolvente agisce in modo indiscriminato e caotico su quanto è stabile: per questo, il serpente si morde la coda. L’alchimista, se sa dirigerla, può utilizzare questa attività dissolvente nel proprio processo di trasmutazione. Il processo inizia sempre con la dissoluzione, seguito dalla coagulazione: solve et coagula. Molti antichi miti raccontano simbolicamente la forza incontrollabile di mercurio che deve essere superata, affinché non possa più causare danni. Dunque, il serpente corrisponde al drago che deve essere combattuto. Il drago e il toro sono figure ermetiche, rappresentazioni di eroi fondamentalmente ribelli come Mithra, Giasone, Apollo, Horus e altri guerrieri.

I draghi vengono considerati verdi e senza direzione dagli alchimisti, perché non sono ancora passati attraverso il processo di maturazione, cioè non sono ancora soggetti alla forza della trasformazione che li porterà a raggiungere un ordine superiore. In molte illustrazioni, il cerchio è costituito da due serpenti o draghi che si mordono la coda. Uno dei due possiede le ali. Il celebre alchimista Nicolas Flamel (1330 – 1418) scrisse al riguardo: «Osservate bene questi due draghi, essi rappresentano l’autentico inizio della filosofia; ai saggi non fu concesso di rivelarlo ai propri figli. Quello in basso, senza ali, rappresenta ciò che è fisso e stabile: quello si chiama uomo. Il serpente di sopra rappresenta la donna, oscura, tenebrosa e volubile. Il primo è lo zolfo, oppure il caldo e il secco; l’altro è l’argento vivo (mercurio), oppure il freddo e l’umido. Quando i due si uniscono trasformandosi nella quintessenza, sono capaci di vincere tutto ciò che è duro, solido e metallico.»

IL SERPENTE SULLA CROCE

Nicolas Flamel, nelle sue illustrazioni, mostra un serpente su una croce per esprimere che il mercurio instabile deve essere vinto. La croce dai quattro bracci si riferisce ai quattro elementi di cui è composto il mondo. Nel loro punto di intersezione si trova il quinto elemento, la quintessenza. Chi inchioda il serpente sulla croce ha stabilizzato il mercurio. Questi simboli richiamano il caduceo di mercurio in cui i due serpenti, strisciando verso l’alto, si intrecciano. Si tratta di un riferimento all’unione dei contrari. L’asse verticale che si trova tra di loro è il simbolo del fuoco del serpente, l’aspetto spirituale della colonna vertebrale. Chi, grazie alle numerose illustrazioni e simboli, comprende i concetti fondamentali del fuoco e dell’acqua nella creazione, dispone di uno strumento importante. Allora, poco importa che si parli del mercurio, dell’acqua, della luna o dell’argento; oppure che si parli del fuoco, dello zolfo, del sole o dell’oro. Tutti questi termini enigmatici hanno un proprio significato e fanno intuire l’essenziale. Ne deriva un pensiero che non considera più le rigide forme apparenti, ma il movimento delle energie, un’ideazione che abbraccia la coerenza della creazione intera.

Il serpente crocifisso, il mercurio fissato (cfr. pg.37). In primo piano un fiore appassisce mentre, in secondo piano, un altro fiorisce. Abraham Eleazar, Uraltes chymisches Werck, 1735. In alchimia, il serpente è il mercurio volatile, i desideri umani che l’alchimista deve fissare, crocifiggere.

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