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freccia scoccata

Sono una donna arciere, o meglio lo sono stata in adolescenza. L’età in cui ci si scopre individui. L’età in cui ci si ribella contro la famiglia e i propri legami. Forse è per questo che lo son diventata… oltre per causa del caso. Causalità casuale!!! 🙂 Comunque sia oggi vi racconto questa storia perchè mi manca mio padre e perchè sento la nostalgia della presenza di mia mamma… entrambi lontani da noi, ad Imola.

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Ero in seconda media, ribelle convinta ci andavo (in bici) solamente per i temi di italiano, i bei ragazzi del Geometra e le lezioni di Educazione artistica, dove ad ogni compito prendevo 10. La ribellione era (fondamentalmente) un’inconscia richiesta di attenzioni. Ne ho sempre volute parecchie, da brava figlia unica quale sono. In aggiunta alla casualità della nascita solitaria vi dico con amarezza che entrambi i miei genitori (artigiani) lavoravano 8 ore o più ogni giorno: a 10 anni avevo le chiavi di casa…. troppo per me, forse ingiusto per chiunque. (Sull’ingiustizia di questa schiavitù dell’uomo farò un post entro breve, è un tema sentito).

Quell’anno di II° media, prima dei Giochi della Gioventù, alla mia professoressa viene in mente di inserire il tiro con l’arco tra gli sport da scegliere. La sconvolgimento della mia vita inizia da qui. Vi dico subito che mio padre (il Grizzly di qualche post fa) era l’uomo di riferimento, l’arciere misterioso che gestiva la Scuola imolese di tiro con l’arco. Morsa dalla paura di un confronto diretto tra la mia vita dentro e fuori casa, lì per lì mi rifiutai categoricamente di andare al pomeriggio di prova con tutti i compagni. La volta sucessiva mio padre insisteva, tutti premevano… “su Claudia, dai facci vedere se sei brava come tuo babbo!!!”.
A nulla valsero i miei sforzi, il caso e la professoressa troppo testona si coalizzarono facendo planare bruscamente la mia freccia fino al giallissimo centro del tondo bersaglio.

Spam! – stok! – giallooooo! Che bel suono, violentissimo.

Sudavo. Le palle di tutti i paia di occhi che mi fissavano mi facevan ribollire il sangue. Perchè questa fortuna???Non avevo vie di fuga, il mio destino era troppo evidente ai miei occhi. Mi faceva male la chiarezza del mio futuro. Ormai ero una ragazzina votata al tiro con l’arco. Come tutti volevano.
Così iniziai seriamente, controvoglia all’inizio e con serietà alternata se vincevo gare…. e ne vincevo tante! Provinciali-regionali-nazionali-meeting nazionali-impegni sempre più serie e duraturi-aiutoooooooooooooo! Mollai, sul più bello e con mille sensi di colpa.
La primissima GRANDE delusione che diedi a mio padre, la prima di una serie.

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Oggi vi racconto di questa mia lotta famigliare perchè ha molto valore. Come tutte le storie intime vi piacerà e son sicura che potrà essere di ispirazione a noi genitori e a chi per ora è figlio e basta.

Lottare con i propri parenti stretti è cosa sciocca ma spesso inevitabile per similarità di sangue. Io, ad esempio, odiavo tutto quello che di mio vedevo in mio padre. MA NON LO SAPEVO!!! Credevo davvero che fosse l’unico sulla faccia della terra ad essere scorbutico, silenzioso, poco intimo, poco affettuoso… sempre incazzato e guastafeste.

Col tempo, con tanto lavoro interiore e SOLO DOPO essere divenuta mamma, ho avuto modo di comprendere il fondamento del rapporto con i propri genitori. Tardi ma (teoricamente) l’ho capito! Il mio compito per ora è quello di applicare, nella vita con loro, questo fondamento che ora vi spiego: tra figli e genitori non c’è solo un rapporto inevitabile di parentela da gestire reciprocamente in senso univoco ma, soprattutto, ci deve essere RELAZIONE RECIPROCA.

La difficoltà magari non sarà comune a noi tutti, ma sono sicura che la gestione dei rapporti in famiglia è spesso in salita e molti di voi non sanno perchè!!! Difficile da spiegare a parole, spigandolo a molti amici ho sempre fatto l’esempio che ognuno di noi dovrebbe considerare i propri genitori prima di tutto PERSONE e solo dopo anche genitori

Il passo sui Figli di Gibran è meglio di mille parole scandite e rende Il profeta un libro degno di essere letto e riletto mille volte.

I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie della brama che la vita ha di se stessa.
Essi vengono attraverso voi ma non da voi,
e sebbene siano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro il vostro amore ma non i vostri pensieri…
poiche’ hanno pensieri loro propri.
Potete dare rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime.
Giacche’ le loro anime albergano nella casa di domani 
che voi non potete visitare neppure in sogno.
Potete tentare d’essere come loro,ma non di renderli come voi siete.
Giacche’ la vita non indietreggia ne’ s’attarda sul passato.
Voi siete gli archi dai quali i figli vostri,
viventi frecce, sono scoccati innanzi.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,
e vi tende con la sua potenza
affinche’ le sue frecce possano andare veloci e lontano.
Sia gioioso il vostro tendervi nella mano dell’Arciere;
poiche’ se ama il dardo sfrecciante,
cosi’ ama l’arco che saldo rimane.
Kahlil Gibran

 
Si dovrebbe imparare ad amare tutti così (sempre secondo Gibran): leggetevi anche l’Amore.

Se si amano i propri figli in modo saggio gli si deve dare libertà di esperire la vità senza sfiducia e limitazioni, essendo certi di essere poi ripagati con la conquista della stessa libertà che Dio ha chiamato vero Amore.

Concludo salutandovi e ricordandomi che nulla viene per caso…
Mi dispiace tantissimo che mio padre non possa leggere queste righe, spero che tramite un giro di amici tutto questo possa arrivare a lui.

Renato, ti voglio bene e mi scuso con te per le mille cazzate che ho fatto.
Donatella, forza so quanto sei forteeeeeeeeeeeeeeeeee!
Genitori: vi aspetto quassù!